Una specie di newsletter: cose viste, studiate, lette o ascoltate. Febbraio 2026: cazzarola, pizza e il senso delle cose analogiche
Cazzarola!
Una delle cose che mi incuriosiscono di più è l’origine delle parole e il venire a conoscenza che una parola che usiamo correntemente in un modo codificato stava originariamente in un altro campo semantico.
Questo mese ho scoperto che cazzarola indicava in origine un tegame. In effetti ci si arriva, se uno pensa ad una casseruola. Il dizionario Treccani rende evidente la contiguità dei termini mostrando le varianti di scrittura e pronuncia. Sto ancora cercando di capire come sia stato possibile che nel linguaggio contemporaneo questo termine sia diventato un’esclamazione.
Interessante quel che mi ha suggerito l’IA di Google, Gemini. Non saprei quanto credito darle, dal momento che nonostante le mie insistenze non mi ha (ancora) fornito fonti affidabili. Continuo a indagare e nel frattempo condivido quanto mi ha scritto. Prendete tutto con le pinze:
La trasformazione di “cazzarola” in esclamazione è un fenomeno tipico dell’interdizione linguistica:
- La sostituzione fonetica: Per evitare di pronunciare la più comune e volgare imprecazione italiana (che condivide la stessa radice), i parlanti hanno iniziato a utilizzare parole foneticamente simili ma inoffensive. È lo stesso meccanismo che ha trasformato “ca**o” in “cavolo”, “caspita” o, appunto, “cazzarola”.
- Diffusione popolare: Sebbene la “cazzarola” come oggetto esistesse già da secoli, il suo uso come imprecazione “pulita” si è consolidato nel linguaggio colloquiale moderno, permettendo di esprimere fastidio o stupore senza incorrere nella trivialità.
Ho letto Storia della pizza
Cazzarola inteso come tegame l’ho trovato in una citazione dal bel libro Storia della pizza, volume gradevolissimo che vi parla di storia sociale attraverso la pietanza più conosciuta del mondo. Si parte ovviamente da Napoli, ma se la vostra origine o la vostra residenza non sono partenopee fa niente: come dicono quelli preparati, la storia del cibo è storia culturale che in questo come in altri casi spiega in maniera cristallina evoluzioni e costumi che risulterebbero molto più difficili da comprendere se venissero spiegati in un trattato “puro” di economia o storiografia.

È un libro che mette in dubbio alcune certezze. Per esempio: la pizza non è sempre stata considerata un cibo prelibato, anzi. O ancora: non è proprio in Italia che la pizzeria intesa come locale si è affermata nelle forme che conosciamo oggi. E poi: la pizza che abbiamo in mente noi non c’entra quasi nulla con la pizza di cento, duecento anni fa, con buona pace dei difensori della “tradizione”.
Ogni volta che leggo la pagine del libro mi viene una fame bestia, pure se ho appena pranzato o cenato. Ma rimango motivato ad andare fino in fondo.
Storia della Pizza, diLuca Cesari
edizioni Il Saggiatore
Ho letto qualcosa riguardo alla parola analogico
Poco tempo fa parlavo con qualcuno del fatto che sto ricominciando a disegnare usando esclusivamente carta, matite, inchiostri e pennarelli. L’onnipresenza degli strumenti digitali e la facilità con cui vengono prodotte le immagini dai software generativi mi spinge alla considerazione che in futuro il lavoro creativo artistico assomiglierà a quello degli artigiani che ancora oggi confezionano scarpe su misura, opponendo il duro lavoro di bottega alla facilità dei processi industriali. Così su due piedi il paragone mi pare ragionevole, ma pensandoci bene occorre mettere molti puntini sulle i.

C’è da ragionare e da scrivere e ci sono già in circolazione sofisticate disamine sulla questione. Un esempio di analisi molto lucida sul ritorno al “fatto a mano” e affini lo fornisce Elizabeth Goodspeed nel suo articolo The End of Analogue , a partire dagli ultimi trend che promettono o desiderano valorizzare le estetiche dell’imperfezione in contrapposizione all’effetto laccato che le più moderne tecnologie propongono. Significativamente, la domanda iniziale di Goodspeed è:
«Poiché l’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali rendono possibile senza sforzo la perfezione tecnica , l’imperfezione analogica ha assunto un nuovo peso culturale. Ma cosa significa in realtà “analogico” quando la maggior parte delle cose sono fatte, condivise e consumate digitalmente?»
Contraddizione non banale che si porta dietro una valanga di domande, e vi lascio alla lettura dell’articolo per esaminarle tutte. L’articolo non riguarda soltanto il senso che può avere o non avere parlare di “analogico” ma scende più in profondità. Per esempio, Goodspeed ragiona sul corto circuito per cui è desiderabile realizzare prodotti creativi completamente analogici ma di fatto, nella maggior parte dei casi, non ci sono più il tempo e le risorse per realizzarli. E dunque vengono fuori creazioni che mimano i metodi di realizzazione del passato senza essere autenticamente fabbricati con tali metodi. L’effetto acquerellato di un pennello di Photoshop può anche passare per un pennello fisico steso su vera carta, ma rimane uno strumento digitale.
Illuminante dal mio punto di vista la parte dell’articolo dedicata al fatto che, storicamente parlando, mentre la tecnologia va avanti la creatività guarda spesso indietro e va periodicamente a ripescare vecchie pratiche e strumenti apparentemente superati. Se la guardiamo dal punto di vista storico, molto di ciò che i trend attuali sembrano considerare raffinato, personale, artistico e tutto il resto; beh, un tempo era soltanto il frutto di necessità e di limitazioni tecnologiche e tecniche:
«Vale la pena ricordare che molte delle qualità oggi celebrate come prova di autenticità non sono mai state, in origine, degli obiettivi estetici. Come disse Brian Eno a proposito dei suoni sgangherati: «Qualsiasi cosa troviate strana, brutta, scomoda o sgradevole in un nuovo mezzo espressivo, ne diventerà sicuramente il tratto distintivo». La grana della pellicola non è intrinsecamente romantica; è solo il residuo di una pellicola non abbastanza sensibile a una determinata condizione di luce. Se i fotografi avessero potuto eliminarla, molti lo avrebbero fatto. Lo stesso vale per la stampa a caratteri mobili. Storicamente, i tipografi lavoravano duramente per evitare incisioni profonde [letterpress, in inglese. Indica la tecnica di stampa attraverso la quale si ottengono effetti di bassorilievo dei caratteri] . Un’impronta troppo marcata dei caratteri era persino considerata segno di scarsa maestria. Solo ora esasperiamo il “morso” del metallo sulla carta per dimostrare che un lavoro è stato realizzato davvero tramite pressa e non è un facsimile digitale. Ciò che un tempo veniva tollerato come un limite è stato oggi ribrandizzato come una virtù.»
L’articolo è lungo, ma vale la pena leggerlo.
Elizabeth Goodspeed è designer e art director. Trovate maggiori info su di lei QUI.
