Ho parlato con qualcuno di brutalismo

foto tratta dal sito domusweb.it

Giorni fa, osservando la palazzina di un paese del centro Italia in cui ho passato il Natale, mi è capitato di dibattere sull’opportunità di definirla brutalista, principalmente a causa dell’uso del cemento a vista e del suo aspetto austero. Di fronte al cazziatone del mio interlocutore («ma va’, macché brutalista, al massimo è stile industrial») ho deciso di fare un ripassino. Una buona sintesi di ciò che il brutalismo fu è stata proposta dal Post, in un articolo che potete trovare qui.
Interessante il fraintendimento generale sul significato del termine brutalismo. Il movimento architettonico è spesso associato alla parola brutalità e si pensa che la sua definizione abbia a che fare con le forme spigolose, poco eleganti e pesanti degli edifici. Di tale equivoco si rende conto pure Gemini, l’IA di Google. Se gli (o le) chiedete di darvene conto, vi dirà che gli equivoci sul brutalismo riguardano spesso la sua interpretazione estetica, confondendo la sua filosofia di onestà dei materiali (béton brut) con la bruttezza, la grandiosità oppressiva o l’associazione univoca a regimi totalitari […]

Di fatto il termine deriva proprio da béton brut – cemento grezzo – e indica la caratteristica di quegli edifici i cui materiali di costruzione rimangono a vista. Dal sito domusweb.it un riassuntino un po’ più preciso di quel che potrei autonomamente fornirvi, in cui si legge che

Gli edifici sono messi a nudo nell’oggettività dei loro materiali, calcestruzzo, vetro, mattone, acciaio sono assemblati senza mediazioni formali, gli impianti lasciati a vista: “Il brutalismo tenta di affrontare la società di produzione in massa traendo una sorta di ‘rozza poesia’ dalle forze potenti e confuse che sono in gioco. (…) la sua essenza è etica.” (Smithson, 1956).

Poi sì, vero è che molte creazioni brutaliste o affini al movimento hanno finito per suggerire a chi le guarda oppressione, tetra monumentalità e altre cose che non si sa se fare pendere dalla parte del grandioso o dalla parte dell’orribile. Interessante, ad ogni buon conto, la pagina Instagram Brutgroup nella quale potete trovare un po’ di immagini per farvi un’idea.

Ho visto al cinema No Other Choice

L’ultimo lavoro a cura di Park Chan-wook, regista sud coreano dell’acclamato Old Boy. Film bello bello, in perfetto equilibrio fra il gusto orientale e l’accessibilità anche per chi a quel gusto non è abituato (non è un caso che Park Chan-wook sia da molti considerato fra le persone che hanno dato modo al cinema orientale di affermarsi nel mainstream globale, negli ultimi anni).

Il protagonista è You Man-su. È uno specialista nella produzione di carta, lavora da 25 anni nella stessa azienda, è soddisfatto della sua vita familiare e del suo tenore di vita. Il dispositivo drammatico del film parte dal suo licenziamento senza preavviso, in seguito al quale trascorre mesi inconcludenti cercando di ristrutturare la sua vita: lavora in un negozio, sostiene senza successo alcuni colloqui di lavoro. Il sostegno morale di sua moglie (la quale è in realtà più efficace di lui nell’adempiere il ruolo di “pater familias”, in seguito alla notizia del licenziamento) non basta; depressione, disperazione, alienazione picchiano forte. You decide di presentarsi a una grossa azienda cartiera ma nemmeno riesce a farsi ricevere per un colloquio. Sa di essere la persona più qualificata a lavorare in quell’azienda e decide che per entrarci non c’è che un unico modo: eliminare fisicamente gli altri potenziali candidati al posto di lavoro.

No Other Choice si può in linea generale definire come una commedia nera e mescola per bene diversi registri narrativi: drammatico , grottesto, comico, surreale. Le due ore e venti passano veloci grazie a una ben misurata alternanza fra momenti di attesa, stasi e accelerazioni. Non ci si annoia e soprattutto è difficile prevedere lo sviluppo degli eventi. L’effetto sorpresa non è un obbligo e tante opere pregevoli ne hanno fatto e ne fanno a meno. E tuttavia, rimane una nota di non trascurabile merito l’abilità di impedire allo spettatore di tirare conclusioni prima dei titoli di coda.

Una foto di Park Chan-wook dal sito rollingstone.it

È un film che parla dello schiacciamento della persona sotto il peso della sua identità sociale, definita in base all’inquadramento nel lavoro e nello status economico e sociale che ne deriva. Perso il posto di lavoro, You Man-su entra in uno stato di sfasamento da cui, lui ritiene, potrà salvarlo solo il reinserimento nel contesto produttivo in cui per anni ha lavorato. All’inizio del film lui afferma di “avere tutto”, ma quel tutto non è altro che una collocazione precisa nel sistema produttivo. Paradossalmente, non uno qualsiasi: l’ambiente in cui si è formato il protagonista è l’industria della carta. Paradossalmente, perché la carta potrebbe benissimo rappresentare un sistema “vecchio” in corso di estinzione da quando le nostre vite si sono spostate nell’universo digitale che di carta stampata pare quasi sempre non aver bisogno.

You pianifica l’eliminazione dei suoi concorrenti in maniera ragionieristica, così come i meccanismi aziendali gli hanno insegnato: è abituato a lavorare così e dunque non agirà in maniera istintiva né improvvisata. Non basterà, perché i suoi piani diventeranno uno sconclusionato baraccone di azioni ridicole e talora prive di senso.

Interessante e affascinante la scelta dell’ambientazione: le azioni si svolgono in gran parte in case e sobborghi immersi nei boschi e la natura e i paesaggi autunnali sono sempre presenti sebbene su tutto il film siano pesantissimi e ben rappresentati i prodotti e i gravami della società industriale di cui You Man Su e la sua famiglia sono un prodotto.

No Other Choice
Corea del Sud, 2025
con Byung Hun lee, Ye Jin-son, Hee Soon-park, Sung Min-lee
Regia di Park Chan-wook

Volendo approfondire: un articolo su Rolling Stone e un altro su Sentieri Selvaggi.