Non ho mai fatto una stima precisa. Non ho mai tenuto il conto. Ma sono ragionevolmente certo di aver trovato queste due parole migliaia di volte, su libri, siti, giornali, social e altrove. Sono due parole facili, e usarle mette inevitabilmente sull’attenti chi le ascolta o chi le legge.

«Sii unico, sii unica».

«Dicci qual è la tua unicità».

«Questo è un lavoro davvero originale».

Per contrappasso nei confronti di un mondo che si è incessantemente mosso in direzione di una ferocissima omologazione, le voci di chi fa comunicazione si sono paradossalmente unite nel rivendicare la differenziazione, l’originalità ad ogni costo. La voce fuori dal coro.

Ci ragiono da tantissimo tempo, sui concetti che orbitano attorno al nebuloso territorio dell’unicità e dell’originalità e no, non ne vengo proprio a capo. Ci ragiono da quando al liceo il mio professore di latino e greco, durante una lezione sulla fondazione della biblioteca di Alessandria, espresse un concetto che non ho mai dimenticato. Le parole precise non le ricordo, ma sono sicurissimo che il senso fosse questo: «A partire dalla fondazione della biblioteca non è mai più stato consentito ad alcun autore di definirsi totalmente originale. A chiunque avesse accesso alla biblioteca sarebbe di lì in poi stato chiaro che qualunque opera, per quanto nuova e unica, condivideva qualcosa con ciò che era stato scritto prima, o con qualcosa che era stato scritto nel medesimo tempo in un luogo diverso». Il prof si riferiva al fatto che prima della biblioteca di Alessandria, ogni autore era convinto che il suo piccolo orticello fosse l’unico possibile. E invece.

Il mio caso (clinico?) studio sono io

Le parole del mio professore mi sono tornate in mente più di una volta, da quando ho scelto di studiare grafica e illustrazione pubblicitaria. Per farvi un esempio, questo è il logo che elaborai un po’ di tempo fa per i Porto Seguro, band di musica in lingua portoghese.

Ci ho lavorato per alcune settimane. Risparmiandovi il racconto di come è venuto fuori il nome della band, in questo pezzo mi limiterò a dirvi che:

  1. Il font (la font, dicono i più radical chic fra noi. Se vi incuriosisce questa diatriba fra articoli determinativi, qui trovate un contributo interessante) che ho scelto mi sembrava avere una personalità coerente con quella della band. Solido ma non troppo invadente. Mi pareva ricordare stencil usati per marcare imballaggi che su navi d’altri tempi si muovono da un continente all’altro: viaggio, scoperta.
  2. Chiudere il nome in un cerchio gli faceva assumere il carattere di un timbro postale. Ancora una volta: viaggio, scoperta.
  3. Nell’insieme, potrebbe anche farvi venire in mente una bottiglia di birra o di whisky. O di porto, considerando il nome del gruppo. Se è così, bene. L’evocazione di una serata passata ad ascoltare musica davanti ad un buon bicchiere era nelle mie intenzioni.

A chiunque lo abbia visto, questo logo ricordava qualcosa di conosciuto.

Desideravo un logo che rappresentasse i Porto Seguro, che fosse in grado di rappresentarne lo stile e il carattere. Ho fatto qualche ricerca per capire se il mio approccio grafico fosse stato già utilizzato da altri? Certamente. Si può dire che il logo sia originale, unico? No, non si può dire. È andato bene agli altri componenti del gruppo? Sì, anche se tutti hanno convenuto che non fosse originale. E a chiunque lo abbia visto, sembrava adatto al progetto di musica in lingua portoghese che sto portando avanti.

Andiamo un attimo avanti. Tra breve torniamo sul perché di questa intro pubblicitaria.

Paradossi

Un’altra reminiscenza, stavolta dai miei esami di linguistica e semiotica.

Ogni enunciato, mi si diceva ai tempi dell’università, è in sé unico. Unico perché l’ho pronunciato io e non un altra persona. Unico perché l’ho pronunciato qui e ora, e il qui e ora è per sua definizione irripetibile. Se oggi pronuncio il mio nome, non sarà la stessa cosa pronunciarlo domani.Volendo essere proprio fiscali, ogni atto, ogni parola, ogni gesto è unico e irripetibile. Ogni atto, ogni parola, ogni gesto porta in sé l’originalità di qualcosa di nuovo che non si ripeterà uguale in futuro.

Certamente, stiamo sofisticando la questione, e anche parecchio. Perché se è vero quel che ho appena scritto, sarà pur vero che ripetervi le stesse parole oggi, domani e dopodomani ancora le renda, già soltanto secondo il banale buonsenso, difficilmente classificabili come originali e irripetibili.

Come ne usciamo?

Ripensare l’originalità

Torniamo alla biblioteca di Alessandria e alla consapevolezza che si fece largo nel mondo antico: qualsiasi cosa tu faccia, ha perlomeno a che fare con qualcosa che qualcun altro ha fatto. Sarai sempre il prodotto di qualcosa fatto da altri, anche nel momento in cui utilizzerai ciò che altri hanno fatto per rompere (coscientemente o meno) regole codificate, mostrare strade nuove e fare le tue piccole o grandi rivoluzioni.

Nessuno potrà mai dirsi originale e/o unico, dunque? Non proprio. È interessante ripescare il passaggio di un’intervista a Michael Chabon, contenuta nel documentario di David Eagleman The Creative Brain:

«Penso che l’originalità sia una fesseria. La vera originalità è qualcosa che non è mai esistito. È nell’interazione con quel che è convenzionale che l’originalità viene fuori. Non sta nel rifiuto delle convenzioni, secondo me».

Vuol dire, Michael Chabon, che l’errore non sta tanto nel pensare all’originalità, ma nel modo in cui la pensiamo.

Concepirla come la ricerca dell’unicum mai visto prima ci renderà sempre perdenti. Pensarla come costante elaborazione di quel che abbiamo a disposizione ci mette in grado di leggerne la reale portata e di sfruttarne la complessità.

Ecco. Penso che il mio problema stia in questo fraintendimento di base che porta parecchie persone a percepire l’originalità come unicità.

Chi o cosa è veramente unico?

Altra considerazione. Possiamo davvero dire che esiste qualcosa che sia davvero unico nella sua totalità? Lasciando perdere argomenti specifici in cui in discorso si fa davvero complicato (Dio e religione, per esempio) e limitarci ai campi della creatività, mi azzarderei ad affermare che qualsiasi opera, parola, azione contiene in sé punti di contatto con qualcos’altro. Picasso è stato unico? Sì, da un certo punto di vista: in generale, si può dire che abbia condiviso tanto con alcuni suoi colleghi dell’epoca cubista, che abbia avuto tanto da spartire con l’arte africana, che guardando in profondità la sua opera appare evidente il debito di riconoscenza nei confronti di Velasquez.

Eppure…

Eppure nemmeno sarebbe giusto usare le mie elucubrazioni per ridimensionare il lavoro del grande artista spagnolo. Né per livellare il nostro lavoro, il nostro carattere, la canzoni che ci piacciono, i film che riteniamo eccezionali.

Ripeto: come ne usciamo?

Ricapitoliamo per un attimo:

  1. Originalità significa sguardo e uso consapevole di quel che abbiamo a disposizione, filtrato dal nostro carattere, dall’ambiente di riferimento, dai vari contesti di riferimento (economici, sociali, familiari, climatici e allungate la lista quanto vi pare, tanto ce n’è).
  2. Tutto questo crea sempre una sorta di unicità, seppure non totalizzante. Tuttavia, ogni volta che parliamo di unicità tendiamo ad assolutizzare, il che può creare esagerazioni, presunzioni e, alla lunga, delusioni.

E allora faccio una proposta: cerchiamo di usare con parsimonia i due termini di cui sopra e privilegiamo la parola personalità.

Ecco, la personalità di un individuo, di un’azienda, di un artista descrive bene tutte le problematiche di cui scrivevo. Di più, rende loro giustizia. Descrive similitudini e differenze, rendendo conto del fatto che avere personalità significa avere qualcosa in comune e qualcosa di diverso da chiunque e da qualsiasi cosa stia vicino, lontano, intorno.

E dunque torno al lavoro di logo design di cui vi parlavo alcune righe fa: la mia intenzione era di dare personalità a quel che stavo progettando, il che voleva dire togliersi in qualche modo dalla testa tutte le costruzioni mentali sull’essere originali e unici.

E poi, a pensarci bene: far riferimento alla nostra personalità ci consentirà di essere sempre rispettosi di noi stessi. Saremo noi, uguali o diversi ad altri non importa: noi. Voler essere a tutti i costi storia a sé rispetto a tutto il resto è una forzatura (e finisce pure che diventi la pecora nera).

Termina qui questo articolo che (nelle mie buone intenzioni) non sarà l’unico dedicato ai temi qui trattati. E visto che come al solito non sono riuscito a non fare citazioni…

Bonus track

Michael Chabon è uno scrittore statunitense, vincitore del premio Pulitzer 2002 per la narrativa.

Il libro con cui vinse fu Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay. A me lo regalò un caro amico nel 2009, e ancora lo ringrazio.

In breve (tanto per non costringervi ad usare sempre il Dio Wikipedia): Josef Kavalier è in fuga dalla Praga messa a ferro e fuoco dai nazisti e troverà rifugio nella New York in cui vive suo cugino Samuel Clayman.

Josef è un disegnatore sopraffino e scoprirà in Samuel un raffinato scrittore. Anzi, uno sceneggiatore. Faranno fumetti, i due cugini. Avranno successo, mangeranno la polvere, si separeranno, si ritroveranno. Su uno sfondo monumentale che parte dalla Cecoslovacchia di fine anni ’30 e arriva fino agli Stati Uniti della Guerra Fredda (passando anche per i ghiacciai antartici).

Michael Chabon confeziona un romanzo esemplare per trama e intreccio e meraviglioso nella psicologia e nel mondo interiore dei suoi protagonisti. C’è dentro il grande romanzo di formazione, c’è dentro la cultura pop. C’è dentro del genio, oltre che del durissimo lavoro.

Da leggere anche se non vi interessano i fumetti (con un po’ di pazienza: è un libro di 800 pagine).

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Ghost track

A volte le cose fai prima a mostrarle che a spiegarle. In questo caso, faccio prima a farvele ascoltare.

Questa qua è una roba che esemplifica magistralmente quel che ho cercato di comunicarvi. Attingere a piene mani dalla bellezza di quel che già c’è. Rielaborare. Metterci il proprio carattere.

E fare qualcosa di… bello.

Il brano lo conoscono pure i sassi. Ma ascoltarlo una volta di più non fa male.