Una specie di newsletter: cose viste, studiate, lette o ascoltate. Giugno 2026: locandine
“La grafica grande […] È, più spesso, quella fatta da grandi gruppi di persone per grandi marchi, con grosse riunioni, lunghe revisioni e ampie ricerche di mercato. C’è una trama di processi, gare, brief, controbrief, sprint, validazioni, metriche, KPI, misurazioni post lancio […] Dall’altra parte ci sono progetti piccoli e sgangherati […] fatti in realtà più piccole e con platee molto diverse, non per questo minori. Piccolo non significa minore, significa vicino, rapido, diretto. Significa che un manifesto, una locandina, un’etichetta possono nascere in una tipografia di provincia, tra un caffè e una telefonata, e vivere sui muri di un paese, in una bacheca di legno, in un bar che apre alle sei del mattino […] la grandezza non riguarda la scala, ma il modo in cui un segno riesce a incontrare le persone che lo attraversano. Alcuni progetti devono reggere il peso di essere dappertutto: altri devono solo essere perfetti per una strada, un bar, una sera d’estate.”
(Piero Corraini, dalla rubrica Posizioni, in Grafica Magazine, numero 6, dicembre 2025 – marzo 2026)
Proprio così. Affinché il progetto grafico sia tale non c’è bisogno che si tratti di un lavoro di grosse proporzioni. Anche perché non è che a tutti coloro che si occupano di grafica verrà commissionata la nuova identità visiva di Coop o Ducati.
E vi dirò: fra le cose che mi piace fare quando sono in giro c’è la ricerca del dettaglio, della minuzia grafica contenuta nel microprogetto di quartiere: il menu di quel tale ristorante, l’opuscolo mensile di quel tale cinema d’essay, la nuova insegna di quel tale bar, la locandina di quel piccolo evento di workshop di stampa serigrafica.
Ecco, le locandine. Quest’anno, le locandine delle rassegne estive di Bologna e dintorni parlano di un’anima cittadina – artistica, popolare, punk, funk, colorata, vivace, multiforme – che tante volte mi pare smarrita, affogata dai prezzi delle case, spintonata dal sovraccarico di osterie, asfissiata dalle polveri dei cantieri ma contenta della sua gentrificazione.
Come quasi tutto ciò che riguarda i prodotti della creatività, nulla si inventa. Vengono ripresi temi consolidati da sempre protagonisti dei progetti estivi (l’uso dei colori accesi e dei contrasti freddo/caldo) e si attinge ai variegati lasciti della grafica e dell’illustrazione dei decenni passati.
A volte si va a pescare nel mai troppo grande mare della Summer of Love per riattualizzarne stile e funzione:


Oppure si va più decisamente su modelli di illustrazione contemporanea, essenziali e giocosi, di eredità naif. Bastano pochi segni gestiti con equilibrio e senza prendersi troppo sul serio:


O ancora si declina la giocosità con linee più moderniste, geometriche ma in ogni caso leggere:

Oppure si fa riferimento al collage fotografico dal quale ottenere qualcosa che stia a metà fra il punk e il “mettete fiori (o qualcosa di colorato, comunque) nei vostri cannoni”:

O infine: niente vie di mezzo. Punk e basta, come d’altronde è sempre stato nelle corde i Bologna:

Le ho trovate, le locandine che vi mostro, piazzate alla bene e meglio in una bacheca, mentre passeggiavo per una popolare strada di Bologna. Affisse in momenti diversi da gente che non si è curata (ovviamente) di attaccarle dritte. Alcune intatte, alcune un po’ strappate. Alcune come appena uscite dalla stampante, alcune già cotte dal sole.
Componevano un’immagine molto acida eppure estremamente poetica. Chissà se i diversi soggetti che le hanno realizzate l’hanno vista, la bacheca, e hanno pensato quello che ho pensato io.

E a proposito di chi le ha realizzate: non sono nella maggior parte dei casi riuscito a risalire alla loro identità. Se qualcuno sta leggendo e sa, può scrivermi.
Ho divagato un po’ rispetto alla citazione con cui ho aperto questo articolo. Per onestà intellettuale: non tutto quel avete visto qua attiene a “microprogetti” propriamente detti, nel senso che alcuni eventi dell’estate bolognese sono partecipati, conosciuti dalla generalità della popolazione e il loro richiamo e il loro fatturato sono di tutto rispetto. Ma conservano una dimensione cittadina raccolta, discreta. Fuori dal concetto di “grande evento”.
Extra: non mancano atteggiamenti e risultati più compassati nei quali l’eleganza dei colori neutri e dei pastello viene preferita alle gioiose esplosioni cromatiche e al graffio della grafica più ribelle. Ma ci sta quando parliamo di una rassegna di classica. Qui la divagazione è ancor più evidente: la Malatestiana sta decisamente dalle parti del progetto grafico grande, quello dei brief e controbrief di cui si parlava all’inizio. Ma è un gran bel progetto e vale la pena mostrarne un pezzettino. Una rassegna musicale che diventa quasi una ideale tavola periodica degli elementi musicali:

