Sto leggendo il bel libro biografico su Lou Reed scritto dal critico e giornalista musicale Will Hermes. Lou Reed il re di New York è un testo scorrevole, godibilissimo e per nulla celebrativo. Ovviamente, il caro amico che me lo ha regalato sa benissimo che a me Reed, John Cale, i Velvet Underground, Andy Warhol, la Pop Art eccetera eccetera piacciono. Se si è lontani dall’interesse per queste e contigue altre materie, le 770 pagine che compongono la trattazione finiscono per essere un tantino pesanti.

La copertina del libro di Will Hermes "Lou Reed il re di New York"


È una narrazione, quella del libro, in cui Lou Reed è un perno, un punto al quale fissare la punta di un compasso che allargandosi parla di culture e controculture, di industria musicale e di evoluzione del gusto. In alcuni passaggi, il libro assomiglia a un racconto corale più che una storia con un protagonista perfettamente illuminato e in primo piano.
E a proposito di passaggi gustosi, ce n’è uno in cui si parla di jazz. Hermes ci riferisce che con tutta probabilità Lou Reed rimase molto colpito dal sound del sassofonista Ornette Coleman e, stando all’album che viene citato nel passaggio, siamo nel 1959. Notevole l’abilità descrittiva, notevolissima la capacità sinestetica di parlare di suono e note creando immagini; encomiabile la volontà di mettersi nei panni dei musicisti e comprenderne l’intenzione.

“Un altro evento cruciale del periodo universitario fu l’esibizione del quartetto di Ornette Coleman durante la leggendaria seria di concerti al Five Spot Cafè tra la Quarta e la Quinta Strada […] È probabile che Reed avesse sentito Coleman suonare «Lonely Woman», la ballad che aveva registrato nel mese di maggio per l’album The Shape of Jazz to Come. Si tratta di uno dei pezzi più belli della musica jazz, inciso in uno studio di West Hollywood, ma la sua melanconia ansiosa e iperattiva è tipicamente newyorkese: Higgins sfoggia un ritmo sul ride che ricorda quello di un treno della metropolitana, veloce e sferragliante; la linea di basso di Hayden si muove al rallentatore, come il cliente di un bar della Bowery all’orario di chiusura, poi Coleman e Cherry suonano la melodia come se la stessero scoprendo in quel momento preciso, nota dopo nota, un canto afflitto e introspettivo. È come se i musicisti stessero vivendo un dolore profondo, su cui continuano a riflettere per riuscire a farsene una ragione. Ma non c’è una tonalità stabile a cui aggrapparsi, solo quella ricerca melodica intorno alla quale sembra avvolgersi il vapore che esce da un tombino e sale nell’oscurità notturna. Eppure il brano sembra una dichiarazione concisa e completa, integra ma mai prevedibile, nemmeno dopo averla ascoltata numerose volte: intimamente sentita, dissonante ma con una melodia sontuosa, un brano che lascia un segno profondo senza lo sfoggio virtuosistico del be-bop.”

Il brano di cui si parla non lo conoscevo, ed è questo:

Chissà che effetto avrebbe fatto a me, se l’avessi ascoltato da adolescente.

A ulteriore riprova della qualità di analisi di Hermes e giusto per favorire la vostra curiosità, ecco come l’autore descrive la meravigliosa Candy Says, apertura del terzo album dei Velvet Underground. Il brano è talmente eccezionale che nemmeno avrebbe bisogno di descrizioni, ma comunque:

“In effetti è un pezzo sublime, che passa più volte da un’atmosfera strappalacrime a una di esaltazione, con un delicato arpeggio di chitarra e una voce tenorile misurata, come se si ascoltasse la canzone in uno stato di dormiveglia. Il testo tratteggia il ritratto di qualcuno – di genere non specificato – che odia il proprio corpo e «all that it requires» («tutto ciò che richiede»), detesta l’incessante dialogo interiore sulla propria indecisione, e guardando il cielo vede una bellezza infinita che però non riesce a placare la sua inquietudine. Con una metafora meravigliosa, salendo di registro come per raggiungere quegli uccelli azzurri di cui canta, nell’ultimo verso del ritornello si chiede come ci si sentirebbe a uscire da sé, a essere veramente qualcun altro”.

Questa è la versione originale del brano. Non fu Lou Reed a cantarla, ma Doug Yule, il musicista che Reed aveva chiamato a sostituire John Cale:

Questa invece è la versione di Beth Gibbons, nota soprattutto per essere stata cofondatrice e cantante dei Portishead:

Lou Reed il re di New York, di Will Hermes
edizioni Minimum fax